C’è un tempo che non serve a nulla, che solitamente consideriamo superfluo. E’ un tempo che non ha una funzione evidente e proprio per questo, spesso, viene sacrificato.
Eppure è il tempo più prezioso che abbiamo quando camminiamo.
E’ il tempo in cui lo sguardo smette di cercare il sentiero e comincia a posarsi su ciò che lo circonda: una pianta che cresce dove non ce lo aspetteremmo, una variazione improvvisa nel colore della roccia, una corrente d’aria che cambia direzione . Dettagli che non servono ad avanzare, ma che ci dicono esattamente dove siamo.
La montagna parla continuamente, ma non lo fa in modo diretto, usa segni lenti, segni che non sono decorazione, ma sono il luogo che si racconta: la disposizione della vegetazione, la forma delle nuvole, l’umidità del terreno, la luce che muta durante il giorno.
Per coglierli serve tempo, un tempo che non ha urgenza.
Orientarsi non significa solo sapere dove andare. Significa sapere dove si è.
Il tempo che non serve è quello che permette questo passaggio: non serve a muoversi, serve a capire; non serve a scegliere una direzione, serve a riconoscere il luogo.
In montagna ci si orienta anche senza bussola: con la forma degli alberi, con l’umidità del terreno, con il vento che sale o che scende, con la luce che cambia sulle creste. Ma nulla di questo è evidente a chi ha fretta.
Serve un tempo che non ha funzione, perchè solo un tempo senza funzione può accogliere i segnali deboli.
Orientarsi è una relazione lenta: tra il corpo e lo spazio, tra ciò che vedi e ciò che senti, tra quello che pensi di sapere e quello che il luogo ti sta dicendo adesso.
Il tempo che non serve è il tempo in cui smetti di cercare e cominci a leggere: leggere il cielo, leggere il terreno, leggere la vegetazione.
Forse orientarsi non è trovare la strada più veloce, ma riconoscere quella giusta nell’esatto momento in cui ti trovi.
E per farlo, serve tempo. Un tempo che, apparentemente, non serve a niente
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